Bari Calibro Noir
Algheroth

Estratto

Il prologo e le prime righe del primo capitolo. Il romanzo esce il 25 novembre 2026.

Prologo

Il silenzio della gola fu interrotto dal fragore del forsennato incedere dei destrieri.

Gli zoccoli spezzavano il sentiero. I cavalli di Silvamaris, candidi, allevati tra radure dove persino il vento abbassa la voce, avevano schiuma bianca agli angoli della bocca. Il fango, indurito sui fianchi, tremava a ogni falcata.

Il giovane alla sinistra dell’ambasciatrice non cantava.

Gli elfi cantano sempre: in battaglia, nel lutto, persino quando il sangue cade sulle felci, ma lui no.

Aveva qualcosa in gola che non osava inghiottire.

Lei non disse nulla.

Nessuno diede ordine di sosta, ma i cavalli rallentarono fino a fermarsi, mentre le briglie vennero legate senza proferire parola.

Il fuoco era basso.

Un elfo si sedette ai margini del campo, oltre il cerchio del chiarore e portò la mano alla fronte, il segno con cui si salutano gli alberi abbattuti, ma le dita si arrestarono a metà, sospese, e poi ricaddero.

Lui osservò la propria mano nel buio.

Dall’altra parte del fuoco, l’ambasciatrice restava diritta, perché non osava concedersi di abbandonarsi alla stanchezza.

Le spalle conservavano la postura della sella e del suo regale lignaggio.

Inspirò.

L’aria di quelle alture avrebbe dovuto sapere di resina e neve, di corteccia viva, di acqua nascosta sotto il ghiaccio, ma non era così.

C’era qualcosa di dolce nell’atmosfera, di sbagliato, un odore di linfa soffocata.

L’elfo chiuse la mano in un pugno, ma nessuno chiese cosa avesse trovato.

Fu questo a rendere il silenzio insopportabile.

Poi, così come si era fermata, l’ambasciatrice si alzò e salì a cavallo. Senza rompere il silenzio, ripartì insieme alla scorta, che fu altrettanto lesta a riprendere il cammino.

Si disposero ai lati dell’Elda, verso il corridoio formato dalle statue dei leggendari Re nanici, gli antichi sovrani che indicavano la via che portava all’ingresso di Durdam Dum.

IIl Silenzio delle Forge

Il freddo lo svegliò, anche se ammettere che a duecentottant’anni, tre quarti di vita consumati, con i migliori decenni già alle spalle, dovesse alzarsi tre volte per notte come un vecchio rimbambito era fuori questione. Meglio dare la colpa al freddo, che al bisogno impellente di pisciare.

Algheroth aprì un occhio nel buio profondo della camera, poi l’altro. Nessuna differenza: l’oscurità dei livelli profondi era assoluta, densa come pece. Si grattò il sedere con profonda soddisfazione, nessuno guardava, dopotutto. Nala dormiva rannicchiata dall’altra parte del letto di pietra, quella stessa pietra che “sostiene la schiena nanica” secondo i fabbri del clan Barba d’Argento che gliel’avevano venduta al matrimonio. Bugiardi maledetti.

Rotolò fuori dal letto e i suoi piedi nudi toccarono la pietra gelida del pavimento.

Sempre gelida, maledizione, anche a venti livelli sottoterra dove il calore delle forge avrebbe dovuto risalire lungo i condotti di ventilazione, come ogni Forgiatore sapeva che la pietra calda fa da secoli. Avrebbe dovuto, ma Durdam Dum sembrava aver dimenticato come trattenere il fuoco.

Attraversò la stanza a tentoni. Cinque passi fino al tavolo, dove il boccale lo aspettava come ogni notte. Nala glielo riempiva ogni sera senza che dovesse chiederlo, sapeva che si sarebbe svegliato assetato. Lo afferrò e bevve tre lunghi sorsi di birra tiepida, quella maledetta via di mezzo tra il freddo che dissetava e il caldo che confortava che non soddisfaceva nessuno. Non era il sapore a dargli fastidio, quello era perfetto, con il giusto equilibrio di malto, luppolo e quella traccia di miele che Nala aggiungeva sempre. Era qualcos’altro, un’inquietudine sottile che gli strisciava sotto la pelle.

Posò il boccale a metà e si fermò ad ascoltare.